Intervista a Vincenzo Spadafora, autorità garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza

In foto Vincenzo Spadafora,
autorità garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza




A conclusione dell’incontro a più voci “Rom(a) Underground”, Vincenzo Spadafora, autorità garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, ha illustrato lo stato di riconoscimento e di attuazione dei diritti fondamentali dei minori in Italia.
L’Autorità ha raccontato il cammino percorso dall’Istituzione dal momento della sua costituzione a oggi, delineato l’impegno per le future generazioni e anticipato alcune delle richieste che sottoporrà all’attenzione della prossima legislatura.
Spadafora, classe 1974, presidente dell’Unicef dal 2008 al 2011 e dell’Associazione Auditorium Conciliazione in Roma nel 2009, esperto in materia di pubblica amministrazione, valutazione di progetti e coordinamento delle attività istituzionali, ha ricoperto diversi incarichi per la vicepresidenza del Consiglio dei ministri, il Ministero dell’agricoltura e il MiBAC. 


L’Autorità garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza è un’istituzione pubblica di recente costituzione. Da quali esigenze è nata e qual è lo stato dell’arte?

In risposta alle convenzioni internazionali e alle esperienze positive degli altri paesi, il Parlamento italiano ha ritenuto opportuno, nel novembre 2011, istituire anche in Italia un’Autority per l’infanzia e l’adolescenza.
Pressoché priva di risorse, la nostra Istituzione è impegnata nel presentare nuove proposte al Parlamento, monitorare le azioni di governo e la gestione dei fondi, orientare le scelte, verificare l’attuazione dei diritti.
Dopo un anno di costituzione, l’Autority è diventata operativa soltanto tre mesi fa. In questo periodo abbiamo cercato di capire tutto quello che ci aspettava, di individuare tutte le priorità, cogliere le emergenze che ormai sono diventate regola nel nostro Paese.


Lei è il primo Garante nella storia di questa istituzione. Cosa ha portato della sua esperienza di presidente all’Unicef nell’assunzione di questo nuovo ruolo?

Tanti aspetti, ma soprattutto l’attenzione alla progettualità perché l’Unicef che opera principalmente nei paesi in via di sviluppo, è un’organizzazione abituata a lavorare per progetti e per progetti integrati ed è quello che serve anche in Italia.
I temi dell’infanzia e dell’adolescenza non possono essere trattati ciascuno in maniera autonoma. Oggi parliamo di dispersione scolastica e fra tre giorni magari di un altro tema. Tali problematiche vanno viste in un quadro complessivo ed è necessario intervenire con politiche che vadano bene per tutti.


Quanto sono effettivamente riconosciuti i diritti dei minori in Italia, specie in termini di accesso ai servizi socio-sanitari?

Noi viviamo in un Paese in cui esistono - tra minori con la cittadinanza italiana, minori stranieri, minori di origine straniera vari - due milioni di bambini e adolescenti fino ai 18 anni che vivono in famiglie molto povere in cui vengono meno i diritti essenziali.
Di questi bambini, 800mila vivono in famiglie poverissime in cui sono fortemente compromessi tutti i diritti fondamentali.
Siamo in un Paese in cui da molti anni, dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, aspettiamo che vengano emanati i livelli essenziali per l’accesso ai servizi socio-sanitari che dovrebbero essere uguali in tutto il Paese affinché venga garantito uno standard minimo di qualità per tutti i bambini.


In quali condizioni vertono le famiglie italiane oggi e chi garantisce l’attuazione delle politiche sociali in loro favore?

Negli ultimi anni, soprattutto nel Sud Italia, siamo ritornati a una povertà materiale paragonabile a quella ormai di decenni fa che impedisce davvero alle famiglie di dar da mangiare ai propri figli.
Siamo in un Paese che non riesce a varare una legge di riforma sulla giustizia minorile e che ha tagliato progressivamente fino ad azzerare, specie nell’ultimo periodo, tutti i fondi destinati alle politiche sociali e di integrazione.
Sono state compromesse molte attività svolte dai Comuni e dalle Regioni che fino a poco tempo fa venivano portate avanti almeno dai molti volontari, dalle tante associazioni e organizzazioni con attori sociali qualificati, preparati e bravi. Oggi neanche loro hanno più i mezzi sufficienti per lavorare.


Qual è l’impegno del Paese per le future generazioni?

L’Italia non investe più in nulla che riguardi il futuro dei bambini e degli adolescenti.
L’ultimo piano nazionale dell’infanzia, approvato dal governo, non è stato finanziato; ne deriva che tutti gli interventi previsti dallo stesso non sono mai stati realizzati.
Che generazioni di bambini e di adolescenti italiani, rom, sinti e di altre etnie stiamo formando? Come aiutiamo il Paese a uscire dalla crisi? Questo è il vero nodo.


Guardando alle politiche per l’infanzia e l’adolescenza, come si allinea l’Italia rispetto agli altri paesi europei?

Diversi paesi, come la Francia e la Germania, hanno puntato sulle generazioni future anche in momenti di grave crisi economica e dimostrato che negli anni questo tipo di investimento è servito a tenere il welfare di quel paese molto più vivo di quanto non sia accaduto in Italia.


La gestione delle politiche di welfare: una questione economica, ma anche di cultura?

Siamo in un Paese che nel 2013 non può più permettersi un management del genere e dovrebbe dotarsi di una classe dirigente che non si nasconda soltanto dietro alla crisi economica che indubbiamente c’è, ma che individui delle priorità, che compia delle scelte, che prediliga una certa visione.
Qui sta proprio venendo meno la cultura dei diritti: di orientamento delle scelte, di coerenza con una filosofia di integrazione, di partecipazione, ma soprattutto di rispetto dei diritti in quanto tali.


Lo sviluppo di una cultura dei diritti ha segnato una battuta d’arresto rispetto al passato?

Noi non riusciamo più a fare una battaglia seria di diritti in questo Paese.
Stiamo assistendo a un arretramento culturale rispetto a questi temi che ci riporta indietro di oltre vent’anni.
Alla fine degli anni Ottanta – periodo in cui è stata anche approvata la convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia poi ratificata nel ’91 dal nostro Paese - c’era un quadro generale migliore da un punto di vista economico, ma soprattutto culturale. C’era una sensibilità da parte della classe dirigente che con tutti i suoi limiti, i suoi difetti, tutto quello a cui abbiamo assistito, aveva comunque rivolto a questi temi dei diritti un’attenzione particolare e portato a conquiste civili importanti per l’epoca che successivamente si sono perse.


Il coordinamento unico, organico e sistematico delle competenze e dei ruoli politico-istituzionali, delle associazioni, del volontariato: cosa si aspetta, a tal proposito, dal governo che verrà eletto a breve?

Il coordinamento delle competenze è un fatto importantissimo.
Le cariche sono divise tra tanti viceministri, sottosegretari e così via. È bene che ci sia questa specializzazione, ma manca una cabina di regia unica di coordinamento sui temi dell’infanzia e dell’adolescenza.
È il gap che mi auguro colmi il prossimo governo.


Rimettere al centro dell’agenda politica i diritti del’infanzia e dell’adolescenza è l’obiettivo?

I diritti del’infanzia e dell’adolescenza vengono messi al centro dell’attenzione soltanto quando si verifica un episodio di cronaca grave. Allora i media ne parlano per due, tre giorni, l’episodio locale diventa emergenza nazionale, si accendono i riflettori e la politica assume le sue posizioni. 
Diversamente, le emergenze che sono quotidianamente sotto gli occhi tutti, non suscitano più attenzione né sdegno.
È quello che sta accadendo anche in questa campagna elettorale: manca il fatto di cronaca e la seguente amplificazione mediatica, quindi nessuno è stimolato a parlare dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
Noi, pur non essendo candidati ad assumere alcun incarico politico, ci impegnamo affinché le emergenze non siano più la regola.


“La strategia nazionale d’inclusione dei rom, sinti e caminanti”, un documento stilato dal ministro Riccardi ricco di buoni propositi, eppure mai tradotto in realtà operativa.
Bisognerebbe capire se la mancata realizzazione sia stata soltanto un problema di fondi o - come molto spesso accade e mi preoccupa di più –  un’assenza di volontà politica vera.
La differenza è proprio sulle cose concrete che vanno fatte e sugli impegni precisi che vanno monitorati nel tempo.


Bambini rom, bambini invisibili?

I bambini rom sono fuori da tutta la vita, da tutta la partecipazione sociale, culturale e da ogni occasione di confronto con i loro coetanei, questo è il vero problema.
Dobbiamo combattere una battaglia di civiltà per far uscire il Paese dalla crisi economica, per fare in modo che i diritti di tutte le persone, in particolar modo dei bambini e degli adolescenti, possano davvero essere riconosciuti.
Non possiamo più compromettere il loro presente e il loro futuro.
Abbiamo il dovere di garantire loro una vita non soltanto sana, ma anche di partecipazione al Paese in cui vivono.


Qual è l’impegno da parte dell’Autority per le future generazioni?

L’Autority deve dimostrare di poter fare la differenza nei fatti, non nelle chiacchiere e di non essere l’ennesima struttura dello Stato messa lì inutilmente.
Nelle nostre battaglie saremo in prima fila davanti al nuovo parlamento, al nuovo governo - e quando ci sarà - alla nuova amministrazione comunale. Ci impegneremo affinché questa istituzione pubblica, in quanto tale, diventi un punto di riferimento positivo e importante per i cittadini.
Intendiamo mettere in campo azioni forti e incisive non per dover raccontare tra 10-15 anni che purtroppo non è cambiato niente e doverci soltanto vergognare, ma per poter dire che a un certo punto tutti insieme siamo riusciti a cambiare davvero le cose.


25 Febbraio 2013